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L’ingiustizia dei vaccini

Nel mondo occidentale cresciamo interiorizzando l’idea che certi paesi debbano necessariamente essere più poveri di altri. Non c’è cattiveria in questo processo. Per tutta la vita sentiamo parlare di  luoghi sconosciuti dai nomi complicati, posti ai confini del mondo. Scopriamo che qui la popolazione sopravvive con pochi soldi al giorno. Magari conosciamo qualche giovane che è andato là a fare volontariato. Nei discorsi di tutti i giorni, usiamo questi luoghi come archetipo della povertà, della miseria e della guerra. E troppo spesso ci fermiamo qui. La riflessione sulla diseguaglianza tra i paesi del mondo, troppo spesso si risolve, almeno per noi privilegiati, come una passiva accettazione dello status quo. Come se noi “ricchi” avessimo bisogno di loro “poveri” per aver riconfermata la nostra posizione.

Come se fosse giusto, sia da una prospettiva cristiana che da una più semplicemente umana, vivere su un pianeta dove le 26 persone più abbienti detengono più della ricchezza di metà della popolazione mondiale, quasi 4 miliardi di esseri umani. Come se fosse giusto che, di fronte ai mirabolanti progressi della tecnica e della scienza umana, ancora nel 2019 ben 690 milioni di persone abbiano sofferto la fame (UN, 2019). È quella che potremmo chiamare “normalizzazione della miseria”, l’interiorizzazione della credenza che enormi livelli di disuguaglianza, fame e povertà tra le varie parti del mondo (ma anche all’interno dei singoli stati) siano giusti o, per lo meno, inevitabili.

La “normalizzazione della miseria” passa da un’altra questione estremamente attuale. Quella dei vaccini. Al 26 ottobre 2021, in Africa sono state somministrate soltanto 13,49 dosi ogni 100 abitanti. Il numero aumenta proporzionalmente alla ricchezza dei paesi. In Asia, le dosi somministrate sono 99,88 ogni 100 abitanti, quasi una a persona. In Oceania, che comprende paesi ricchi come l’Australia e la Nuova Zelanda, 102.38. In Nord America, 111,97. In Europa, infine, 112,99. Un numero che cresce ulteriormente fino a 131,31 se si considera la sola Unione Europea, la quale, al di là del neo-uscito Regno Unito, comprende i paesi più grandi ed economicamente più sviluppati del continente

Cosa sta limitando tanti paesi africani (e non solo) nell’acquisizione dei vaccini? In primo luogo, l’economia. A livello globale abbiamo trattato i vaccini come una merce qualsiasi e non un farmaco salvavita. È stata una gara a chi poteva spendere di più e a chi se li accaparrava prima. Come se il Titanic stesse affondando e l’equipaggio si mettesse a vendere salvagenti e scialuppe al miglior offerente invece che distribuirli a chi ne ha più bisogno. Per questo motivo, tante persone autorevoli a livello globale, hanno chiesto di sospendere i brevetti sui vaccini, in modo che potessero essere prodotti da più aziende e distribuiti con maggior facilità, abbattendone il costo. Tra questi, c’è ovviamente Papa Francesco. Come ha detto in un messaggio all’incontro dei Movimenti Popolari:

“Ai grandi laboratori, che liberalizzino i brevetti. 
Compiano un gesto di umanità e permettano che ogni Paese, ogni popolo, ogni essere umano, abbia accesso al vaccino”.

Lo stesso presidente americano Joe Biden si era espresso favorevolmente ad una misura che andasse in questa direzione. In Italia, è stata lanciata una petizione “Vaccino Bene Comune”, a cui hanno preso parte personalità importanti come il prof. Andrea Crisanti, il direttore di Oxfam Roberto Barbieri e l’economista Fabrizio Barca. Ad oggi, però, queste rimangono solo buone intenzioni. Concretamente, la comunità internazionale ha provato a seguire la strada delle donazioni anziché quella del più complicato ma ben più lungimirante cambiamento sistemico. A livello globale era stato lanciato il progetto Covax affinché i paesi ricchi donassero vaccini per ridistribuirli ai paesi più in difficoltà. Il piano, però, non è stato un successo.

Covax ha contribuito appena per il 5 % a tutte le vaccinazioni globali e il target che era stato prefissato (2 miliardi di dosi entro il 2021) difficilmente sarà rispettato, dato che a fine ottobre 2021, sono state distribuite circa 406 milioni di dosi.

Un’umanità degna di questo nome dovrebbe capire da sé l’urgenza della situazione attuale, e spendersi in ogni modo affinché non si producano mai ingiustizie e disuguaglianze del genere, soprattutto quando si tratta di un bene così prezioso per la vita e la salute delle persone come il vaccino. Si è però consapevoli, come diceva Kant, che “da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo non si può fare nulla di completamente diritto”. Allora, oltre ai motivi etici ed umanitari, bisogna considerare il fatto che finché la popolazione globale non sarà vaccinata nel suo complesso, nuove varianti emergeranno e la crisi del COVID19 non finirà.

Certo, un’umanità che ha bisogno di uno scopo così bassamente utilitaristico per salvaguardare la vita delle persone più svantaggiate, è un’umanità ormai moralmente cieca. Un’umanità che non capisce che questo è necessario per la sopravvivenza di tutti, però, lo è anche razionalmente.

 

Francesco Nasi 

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